L’unica cosa peggiore di sbagliare strategia è farlo sapendo di sbagliare.
La chiusura di Bluepoint Games non è solo una notizia legata all’industria videoludica. È un caso di studio su cosa accade quando un’organizzazione perde di vista ciò che la rende unica. Una lezione che ogni CEO e ogni Marketing Manager dovrebbe leggere con attenzione.
I PlayStation Studios sono una delle organizzazioni creative maggiormente al centro dell’attenzione nel mondo. Gestiscono IP da miliardi di dollari, coordinano decine di studi distribuiti su tre continenti e hanno il compito di definire cosa significhi creare intrattenimento di qualità nell’era moderna. Per questo, quando commettono un errore strategico di proporzioni rilevanti, le conseguenze – e le lezioni – vanno molto al di là del settore videoludico.
In questo articolo parliamo di:
Il caso Bluepoint Games: un patrimonio strategico mal gestito
Bluepoint Games è stata per anni la migliore risposta che il mercato avesse a una domanda molto precisa: chi è in grado di riportare in vita i classici con rigore tecnico e rispetto per l’originale?
Il loro lavoro sul remake per PS5 di Demon’s Souls nel 2020 (titolo di lancio della console) era stato universalmente riconosciuto come un capolavoro del genere: grafica trasformata, gameplay fedele, identità preservata. Un successo commerciale e reputazionale insieme.
Nel linguaggio della strategia di brand, Bluepoint occupava una nicchia di eccellenza difendibile: una posizione difficile da replicare, con un track record solido e una community di fan profondamente coinvolta.
Il naturale passo successivo – atteso da milioni di appassionati – era il remake di Bloodborne, uno dei titoli più amati degli ultimi vent’anni. La combinazione perfetta: studio giusto, IP giusta, momento giusto.
Avere il miglior studio di remake al mondo e assegnargli un live-service game è come assumere Ferran Adrià per gestire un fast-food.
Invece, Sony ha scelto di assegnare a Bluepoint lo sviluppo di un gioco live-service ambientato nell’universo di God of War.
Un progetto che non aveva nulla a che fare con i punti di forza dello studio, che è stato poi cancellato all’inizio del 2025.
Dopo un anno di pitch interni senza esito, PlayStation ha deciso di chiudere definitivamente lo studio, lasciando senza lavoro circa 70 sviluppatori.
Una decisione che ha lasciato perplessa l’intera community, che sperava Sony potesse usare Bluepoint per riportare in vita altri classici PlayStation.
Ogni asset – umano, tecnologico o di brand – ha una zona di eccellenza. Spostarlo fuori da quella zona non lo potenzia: lo consuma. Il costo non è solo economico, è reputazionale e strategico.
Hermen Hulst e la doppia sfida della leadership
Al centro di queste decisioni c’è Hermen Hulst, figura chiave dell’industria videoludica contemporanea. Olandese, cofondatore di Guerrilla Games lo studio dietro la saga Horizon) è diventato prima capo dei PS Studios nel 2019 e poi, dal giugno 2024, CEO dello Studio Business Group di Sony Interactive Entertainment.
Il modello organizzativo adottato da Sony (con Hulst alla guida del business creativo e Hideaki Nishino alla guida del business di piattaforma) è stato presentato come una risposta alla crescente complessità dell’organizzazione.
In un’intervista con Variety, Hulst ha descritto il suo approccio come “show, don’t tell”, segnalando la preferenza per risultati concreti rispetto alle dichiarazioni di intenti.
Una postura da leader che si riconosce: meno comunicazione istituzionale, più lavoro con i team creativi.
Tuttavia, il 2025 ha portato a un ridimensionamento del modello dual-CEO: a partire dal 1° aprile 2025, Hideaki Nishino ha assunto il ruolo di Presidente e CEO unico di SIE, mentre Hulst ha continuato nel suo ruolo di CEO dello Studio Business Group, riportando direttamente a Nishino.
Una riorganizzazione che segue (non casualmente) una serie di decisioni strategiche discutibili, tra cui la chiusura di Firewalk Studios dopo il fallimento di Concord e, appunto, la fine di Bluepoint Games.
La Town Hall come strumento di trasparenza interna
Una delle pratiche che i team creativi di PlayStation Studios hanno sviluppato (e che i leader aziendali dovrebbero osservare con attenzione) è l’uso delle Town Hall, sessioni di confronto aperto tra leadership e team.
In contesti ad alta complessità creativa, la qualità della comunicazione interna è un fattore competitivo. Quando i dipendenti non capiscono le scelte strategiche dell’azienda, si genera disorientamento e perdita di talenti: esattamente ciò che sembra essere accaduto nei PlayStation Studios negli ultimi anni.
La Town Hall, se condotta con autenticità e non come esercizio di PR interno, è uno strumento potente per allineare visione e operatività. Il problema non è lo strumento: è usarla per comunicare decisioni già prese piuttosto che per co-costruire consenso strategico.
Il brand PlayStation Studios: identità versus espansione
Il vero tema strategico che emerge dall’analisi dei PlayStation Studios è la tensione tra identità consolidata ed espansione verso nuovi modelli di business. PlayStation ha costruito il suo vantaggio competitivo su esperienze single-player narrative di alta qualità.
Titoli come God of War, The Last of Us, Horizon e Ghost of Tsushima hanno definito un posizionamento chiarissimo: produzioni cinematografiche interattive, con personaggi memorabili e mondi narrativi ricchi.
Il tentativo di replicare il successo dei live-service di competitor come Microsoft (con Xbox Game Pass) o Take-Two (con GTA Online) ha portato Sony a forzare questo posizionamento.
Il risultato è stato una sequenza di fallimenti costosi – Concord in primo luogo – e la dispersione di risorse che avrebbero potuto consolidare l’eccellenza già costruita.
Oggi il portfolio 2025-2026 segnala un parziale ritorno alle origini: Ghost of Yotei, il sequel di Ghost of Tsushima sviluppato da Sucker Punch, rappresenta esattamente il tipo di produzione che ha reso grande PlayStation.
Un’IP robusta, una visione narrativa forte, un universo già affezionato. È, in sintesi, la strada che non avrebbe mai dovuto essere abbandonata.
L’espansione di un brand verso nuovi segmenti è sostenibile solo se parte da una posizione di forza consolidata, non da una risposta ansiosa ai movimenti dei competitor. Chi corre dietro alla concorrenza perde la propria identità senza guadagnare terreno.
Cosa insegna questa storia ai leader d’impresa
L’industria videoludica è uno dei settori con la maggiore densità di case study rilevanti per il management moderno: cicli di sviluppo lunghi, team creativi distribuiti, prodotti ad alto rischio, community di utenti estremamente vocali. Le dinamiche che emergono dai PlayStation Studios non sono peculiari al gaming, sono universali.
Il caso Bluepoint Games ci ricorda che il brand non è solo ciò che comunichi, ma ciò che scegli di fare con le tue risorse migliori. Avere lo studio più qualificato al mondo per i remake e non usarlo per quello (mentre i fan chiedevano a gran voce il remake di Bloodborne) non è solo un errore di allocazione delle risorse: è un errore di lettura del mercato e un tradimento implicito dell’identità di brand.
La strategia di business non si misura solo nei numeri del trimestre. Si misura nella coerenza tra promessa e azione, tra competenza e incarico, tra visione dichiarata e decisioni operative.
Ogni CEO che ha in casa un team eccellente in una specifica disciplina ha la responsabilità di proteggerlo e valorizzarlo, non di riorientarlo verso aree in cui sarà mediocre.
Key Takeaway per CEO e Marketing Manager
- Identificare e proteggere le competenze distintive della propria organizzazione è il primo atto di una strategia solida.
- L’inseguimento di modelli di business alieni alla propria identità di brand genera perdite economiche e danni reputazionali spesso irreversibili.
- La Town Hall e la comunicazione interna trasparente sono fattori competitivi, non esercizi retorici.
- Il mercato premia la coerenza. Le community di utenti — di qualsiasi settore — percepiscono subito la distanza tra identità dichiarata e scelte concrete.
- Ghost of Yotei e il ritorno alle IP narrative dimostrano che correggere rotta è possibile. Ma ha un costo — Bluepoint Games ne è la prova.
La visibilità nasce dalle scelte, non dai budget
C’è un ultimo livello di lettura, quello che più interessa a chi lavora sulla visibilità digitale e sulla strategia di brand.
I PlayStation Studios hanno investito risorse enormi in campagne di comunicazione, PR, eventi. Ma nessun budget marketing riesce a compensare una scelta strategica incoerente.
Quando un’azienda smette di fare ciò per cui è conosciuta e amata, il brand si indebolisce indipendentemente dalla qualità delle campagne.
La visibilità online, nei motori di ricerca, nei social, nei media di settore, riflette la reputazione reale. E la reputazione reale si costruisce con le decisioni, non con le comunicazioni.
Per chi si occupa di digital strategy, questo caso è un promemoria fondamentale: la SEO, il content marketing, la brand awareness digitale sono amplificatori. Amplificano ciò che l’azienda è davvero. Se l’identità è solida e coerente, l’amplificazione genera valore. Se è fratturata, amplifica la frattura.






